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"Facebook ergo sum" pt.6
post pubblicato in diario, il 28 novembre 2009




All’improvviso mi ritrovo davantialla vetrina, nello stesso punto in cui è comparso Fibonacci. Peter Pan èsparito e intorno a me c’è solo il nulla. Mi sento molle, affranta, il vuoto mista entrando dentro; provo a parlare, ma sono ancora senza voce. Guardo lavetrina: ora ci sono solo bambini. Dunque, qual è la realtà? Il luogo dove miha portato quel goffo figuro esiste veramente? Non riesco a spiegarmi perché,ma sento un legame invisibile con il posto dove vivo. E questo? Ho visto ilfuturo o è un presente che mi rifiuto di vedere? Che strano, Che Guevara èringiovanito di colpo e Peter Pan mi si presenta vecchio. C’entri qualcosaAlex? Mi metto a camminare, poi a correre a ritmo intenso, mi fermo, sonosudata, mi sdraio, penso e piango. Io non trovo più la mia identità, l’hopersa, mi sembra di non appartenere a nessun mondo. Forse sono morta, o peggionon esisto. Mi viene un orribile sospetto. Sono afona, in mezzo al nulla, conpersone che scompaiono e che, per ragioni diverse, come me sono fuori dallavetrina. Loro la temono, la incriminano, la odiano, io non la conosco e perquesto sono stata eliminata. Non esisto più, per sedici anni ho vissuto in unarealtà fatta d’immaginazione. Dovevo ipotizzarlo, sono troppo diversa da tuttigli altri: io stessa sono frutto della fantasia.

Sento tirarmi la maglia da dietro emi giro per vedere cosa succede ancora. Un chiodo me la sta strappando didosso, riconosco la mia stanza. Il letto è disfatto e sudato, devo essermiaddirittura alzata durante la notte. Lo specchio è intatto e riflette la miaimmagine sfinita. Quindi esisto ancora, era tutto un incubo. Vado a baciare ilchiodo che mi ha riportato alla realtà e già che ci sono, lancio un’occhiata alcalendario che vi è attaccato: un altro mese è passato, è già il 31 febbraio.

 

 

 

Costantino Tronisti alle 20.09 del28 febbraio scrive:

Boh.. Io non ci ho capito niente..Mi sembra troppo cervellotico, se c’è da pensare non fa per me..

 

^_ThEbeStInThEwORld92_^ alle 20.10del 28 febbraio scrive:

A me è piaciuto abba.. Sl ke nn sicapisce bn la fine.. Cioè Alex muore?

 

Rap&Roll alle 20.22 del 28febbraio scrive:

Quello lo chiami rap zio? Nelracconto piuttosto dovevo starci io! Sono il più tosto e ci sto dentro unbotto, spacca tutto e fuggi, questo è il mio motto!

 

Mario Rossi alle 20.30 del 28febbraio scrive:

Bello.

 

Palmiro D’Ottobre alle 22.25 del 28febbraio scrive:

Grande Che, sei un mito!!! Ancheadesso ho addosso la tua maglia con scritto “Hasta la victoria siempre”!!!

 

GrilloParlante  alle 22.28 del 28 febbraio scrive:

Molto interessante, offre ottimispunti di riflessione.. Effettivamente penso che ci sia qualcosa di poco chiarodietro Facebook: ho letto in un articolo sul Guardian che la Cia si serve dellenuove tecnologie per spiarci e avrebbe investito parecchi milioni dietro alsocial network.. Sarebbe stato bello anche creare un personaggio atto aspiegare come gli utenti usino FB nella maniera più sbagliata, anzichéservirsene per darsi appuntamenti e condividere foto: il sito è pieno di gruppiche “frammentano” la realtà in tante piccole azioni demenziali, materiale dicondivisione per nuove amicizie. Un esempio? “3 ore sotto la doccia”, “E'inutile che mi fai lo squillo... ricarica perchè non ti richiamo!”, “Escosubito... e sono ancora sotto le lenzuola”. Ci è rimasto davvero questo peressere in sintonia con altre persone? Sembra paradossale, ma penso che traqualche anno rimpiangeremo i Mondiali di calcio come occasione per sentirci unanazione unita!

 

Meno_male_che_lui_ c'è  alle 22.30 del 28 febbraio scrive:

Maledetto comunista, hai scrittoquesta specie di racconto solo per metterlo in cattiva luce.. Gente come voirovina l'Italia!

P.S.: Forza Milan!

 

Assunta Senilità alle 22.32 del 28febbraio scrive:

Scusate, io sono nuova del gruppodi Feisbuc. Mi ha iscritto mio nipote, poi gli avevo chiesto di comprare illiquore per il tiramisù, perché qui a casa nostra ci piace con un po’diliquore. E’tornato ubriaco, quel mascalzone, ma vedrai se lo dico al padre,quando torna. Che pure quello lavora sempre in banca, chissà quante cose devefare. Io glielo avevo detto a mio nipote di non iscrivermi a niente che hoquasi settant’anni e poi non lo potevo controllare: infatti ha suonatoqualcosa, credevo fosse la porta, ma non c’era nessuno. Poi ho premuto qualchetasto ed è comparso questo testo. Sotto c’era scritto commenta e io stoscrivendo, spero di non sbagliare la grammatica, ero così brava alle elementari.Bellino, molto bellino. Mi ricorda tanto quando mio figlio Antimo è andato afare il soldato e ci scriveva perché si sentiva perso lontano da casa.

 

Max Tendenza alle 22.48 del 28febbraio scrive:

Propongo subito di creare un gruppo“Eliminiamo questo racconto da Facebook”. Ma soprattutto, chi è questo o questache ci ha proposto l’amicizia e ha pubblicato ‘ste boiate?

 

Cocaehavana4life alle 22.52 del 28febbraio scrive:

Già.. Io non ho letto niente, misto vestendo per andare al Bolgia. Ma chi è questa tipa? Mi aveva attirato ilnickname inglese, ma non  c’è neanche unafoto sul profilo, infatti non volevo aggiungerla … Non è che è un uomo? Iovoglio ragazze, e solo belle.

 

Rick Bertoncelli alle 23.04 del 28febbraio scrive:

Un continuo sfoggio d’erudizione,ricco di discorsi capziosi e falsamente perbenisti. La caratterizzazione deipersonaggi è decisamente lacunosa: la teoria di Fibonacci non sta in piedi,Dante e Leopardi sono ridicoli, Che Guevara monotono e moralizzatore, stendiamoun velo pietoso su quello che dovrebbe essere Peter Pan. Secondo quale logicaparlano di argomenti che non conoscono? Chiaramente le intenzionidell’autore/autrice (attribuirgli l’epiteto di scrittore mi sembra eccessivo)di demolire questo social network sono fallite penosamente.

 

Luna alle 23.37 del 28 febbraioscrive:

Allora ha ragione Guccini: ci saràsempre un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete asparare cazzate! E’ mirabile, invece, come questo qualcuno abbia messo a nudomolti difetti della nostra generazione, dall’incapacità di prestare attenzionealla difficoltà di comunicazione, nonostante i migliori mezzi per farlo. Pensoche le citazioni e i riferimenti letterari siano così frequenti proprio percaratterizzare il personaggio di Alex e far capire da dove provengono tutte lepassioni e la voglia di scoperta, che nessuno, eccetto gli artisti, ha saputotramandarle. E’come quando Marguerite Yourcenar scrive: “Fondare biblioteche èun po’come costruire granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dellospirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”. Poi i personaggi sonopresentati in questo modo per un motivo specifico: espansione del socialnetwork, i suoi lati puramente commerciali, come modifica il  comportamento e il linguaggio. La serie diFibonacci non sarà scienza, ma quello che racconta Peter Pan è il risultatodegli studi di una ricercatrice di Oxford su Facebook, l‘ho letto anch'io.Inoltre sono convinta che lo scopo del racconto fosse proprio far perdere illettore in una dimensione che è simultaneamente reale e fittizia. Chiunque tusia, i miei complimenti.

 

Rick Bertoncelli alle 23.43 del 28febbraio scrive:

Ma brava Luna, difendi a spadatratta il racconto... Non ha capito nessuno che sei tu l'autrice!

 

 

Cogito-ergo-Sum alle 00.00 delprimo marzo scrive:

A volte mi capita di pensare allasocietà, virtuale o reale che sia, come uno specchio: tutti, in qualche modo,vi si riflettono. E la cosa delirante è che stanno diventando sempre piùvanesi, a quanto pare: si uniformano e si guardano sempre più spesso perassicurarsi che lo specchio rifletta sempre la stessa immagine. Quando provoio, invece, non mi restituisce niente, proprio come se non esistessi. Forsel’ho rotto. Nonostante i vari tentativi, non riesco nemmeno a spiegarmi comeabbia fatto. Però una cosa la so: preferisco sette anni di sfiga che una vitapassata davanti allo specchio. Scrivere è una delle poche cose che mi fasentire viva. Scrivere è ciò che dà libero sfogo alle mie fantasie e mipermette di mettere a fuoco il mondo dove vivo. Ritengo necessario scrivereperchè, così facendo, detto io le regole del gioco e riesco a trasformare lavita reale in finzione. Anche quando, come in questo caso, è la finzione atrasformarsi in vita reale.

Margherita

FINE

 


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permalink | inviato da jimmypec il 28/11/2009 alle 13:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
"Facebook ergo sum" pt.5
post pubblicato in diario, il 27 novembre 2009




Questo posto è sorprendente, gliincontri sono sorprendenti e, sebbene veda più lati negativi che positivi,credo che abbia anche delle potenzialità notevoli. Ma quello che continuo a noncapire è l'assurda disponibilità a condividere informazioni personali eriservate, come fanno i bambini alle elementari con i loro nuovi amici discuola... Ma che cosa dovrebbe spingere gli adulti ad entrare in un circolo dilibero scambio di cazzi propri?

“Ma che volgarità, amica mia.”

Un uomo grasso, vecchio, con uncompletino verde quanto meno carnascialesco, fuori luogo come un astemio allafesta di San Patrizio.

“Tu saresti …?” - Soffoco unarisata.

“Peter Pan.”

Stavolta non riesco a trattenermi.Mi guarda affranto.

“Scusa, il ricordo che ho di te èmolto vago, probabilmente le fantasie infantili storpiano la realtà.”

“Non cercare di essere gentile, loso che non sono come mi immaginavi.”

“Come hai fatto a ridurti così?”

“Non sono cresciuto, sonoinvecchiato di colpo. Il corpo ha ceduto, il brio si è volatilizzato, ma non ècolpa mia: hanno distrutto l’isola che non c'è e la sua magia.”

“Fammi indovinare, c’entrano unagrossa vetrina, fan, gruppi e richieste di amicizia?”

“Sì, purtroppo. Io non ho più sensodi esistere. La favola si è trasformata in una realtà distorta: le persone noninvecchiano più, anzi regrediscono; solo che non lo fanno per “quant’è bella lagiovinezza che si porta tutto via”,  èuna sorta di effetto collaterale …”

“Che significa?”

“Significa un ritorno obbligatoverso l’Innocenza, privato di ogni sogno di volare. Quella vetrina agisce inmodo da infantilizzare la mente, offrendo un’esperienza svuotata di ognicoerenza narrativa e significato profondo. In pratica si ritorna indietro senzavolontà, senza coscienza, imprigionati da questa gabbia intellettuale.”

“Parli quasi da psicologo ..”
“Ho iniziato ad interessarmi di questi studi quando Dan Kiley attribuì il mionome ad un disturbo della personalità, già da allora capii che la mia storiastava cambiando ..”

Questo qui tutto sembra, meno chePeter Pan. E’ affannato, appesantito e al contempo smanioso di mettermiall’erta; del bambino che era, resta solo quel ridicolo vestito verde, che malsi adatta alla pancia cocomeriforme. La preoccupazione ha sostituitopermanentemente quella intrepida incoscienza di chi non vuole crescere. Mi statrasmettendo una malinconia che poche altre volte avevo provato.

“Il danno più grave è apportatodall’introduzione in un nuovo mondo, basato sul sistema dell’azione-reazioneveloce, quali ad esempio una pronta risposta ad uno stimolo provocato da altrio la messaggistica istantanea. Questi bruschi cambiamenti obbligano il cervelload operare su una scala temporale completamente diversa da quella del mondoreale. E’come se ti trovassi, nello stesso istante, ad organizzare con Tizio ilparty di stasera, complimentarti con Caio per l’esame di letteratura ecommentare la foto di Sempronio del viaggio a Berlino. Devi essere un campionedel multitasking, la capacità di svolgere più compiti simultaneamente. Essendoappunto la realtà molto meno immediata, il risultato è un deficit d’attenzionein costante espansione, capisci?”

“Scusa non ti ascoltavo più.”

“Lo vedi? Lo vedi?!”
“Calma, scherzavo.”

Non ci posso fare niente, questoindividuo è troppo grottesco. Poi devo sdrammatizzare in qualche modo o rischiodi implodere.

“Non mi prendere in giro anche tu,ti prego. Gli utenti della grande vetrina stanno veramente ritornando bambini,è un disastro.”

“Bè, detto da uno che ha spesotutte le sue energie per evitare di crescere, mi sembra ipocrita.”

“E’ qui che ti sbagli. Io volevorestare bambino perché amo la spensieratezza, il divertimento e l’allegria.Stringimi la mano e non aver paura, ti faccio vedere con i tuoi occhi.”

“Dove mi vuoi portare? E’pericoloso?”

“No, è di vitale importanza che tucapisca. Si va all’isola che non cè...rebro.”

Così mi aggrappo a lui e cidirigiamo verso questo luogo parodistico, che a giudicare dal nome non prometteniente di buono.

Sembra la Cina. Migliaia dibambini, forse milioni, identici, irriconoscibili gli uni dagli altri. Pensoche dev’essere così stare dentro una catena di montaggio, parlano e agisconovelocissimi, il cicaleccio è insopportabile. 

“Sono molto più grandi di quantocredi. Eccoti le conseguenze di ciò che ti ho spiegato sinora. Avrai anchenotato che sono tutti uguali, naturalmente. Devo spiegarti io perché?”

Mi accorgo che da un edificio digrandezza spropositata entrano ed escono una marea di bimbi con lo sguardoperso nel vuoto.

“Peter, cos‘è quel posto?”

“Bene bene bene. Quello è lasoluzione ai problemi di lavoro. Tutti hanno troppa fretta e contemporaneamentenon sono più abili a svolgere nessuna mansione per cui è richiesta anche laminima competenza, l’unica abilità che hanno è cianciare di stupidaggini aritmo forsennato. Perciò è stato ideato un enorme call center, aderente allanuova legge sul precariato obbligatorio.”

“Mi stai prendendo in giro?”

“No, è la verità. Per i motivi cheti ho spiegato non ci possono essere troppi lavoratori; contemporaneamentequesto governo, per vincere le elezioni, aveva promesso di debellare ilprecariato di lungo periodo. Così l’ha reso obbligatorio per un tempo brevissimo:i lavoratori vengono regolarmente assunti per un’ora, poi licenziati ecostretti a rifare la coda per essere nuovamente assunti.”

“Ma è demenziale! Mi stai dicendoche anziché lavorare, stanno in fila tutto il giorno parlottando tra loro, soloper rispettare il formalismo di una promessa?”

“Esatto, benvenuta nell’isola chenon cèrebro.”

“Non è possibile! Chi consentirebbeuna cosa tanto stupida? Qualcuno si sarà pur ribellato!”

“Ma li hai visti? Sono poco più chepiccole statue di cera tutte identiche ..”

“Chi governa questo paese?”

Silenzio. Dopo aver preso il fiato,il mio cicerone riparte:

“Questo paese è il risultato delprogressivo disinteresse della comunità alla vita politica. Per molto tempo ipolitici vennero visti come una casta privilegiata ed intoccabile, che sapevacurare solo i propri interessi. Anni di lotte intestine e scontri che avevanoben poco di ideologico, hanno portato parte della popolazione a non seguire piùle vicende di Stato. Uno dei candidati, che già possedeva  giornali, televisioni e buona parte delpaese, prevalse alle ultime elezioni e sfruttò appieno la situazionefavorevole. La grande vetrina che ormai conosci bene, ha costituito il rifugiodi cittadini stanchi, che non trovavano più identità e orgoglio nella Nazione ecercavano un‘altra realtà. Lui, capendo le potenzialità del mezzo, si èinserito prontamente nel circuito e ha assecondato i suoi effetti distruttivi.Ciò gli ha consentito di istituire un regime e di autoproclamarsi “Presidentedel dispotismo necessario”. La cosa sconfortante è che la gente si è convinta diaver bisogno di lui e accetta benevolmente tutte le sue riforme, anche perchèormai possiede tutto ed è l’unico in grado di garantire la sopravvivenza.”

“E’orribile.”

“Lo so. Poteva anche essereevitato: diciamo che tutti si sono lasciati prendere troppo la mano.”

“No, è assurdo, non può essere!”

Niente di ciò che ho visto fino adoggi, mi ha sconvolto così tanto. Non posso sopportarlo. Mi verrebbe voglia discuotere tutti questi finti bambini, di farli destare dal torpore in cui sonocaduti e far capire loro che fuori c’è un mondo che va vissuto.

“Smettila di pensare, tanto nonserve più a niente ..”

"Facebook ergo sum" pt.4
post pubblicato in diario, il 26 novembre 2009




“Ciao, vuoi essere mia amica?”
Ancora quella voce! Ma questa volta non si tratta della mia compagna delleelementari, bensì di un individuo stranissimo, bruttino debbo dire, ingobbito evestito con abiti osceni: camicetta hawaiiana semi aperta, orecchino sul lobosinistro (bella forma di ribellione!) e piercing sotto al labbro, ai piedi unpaio di quella specie di ciabatte di plastica arancione da infermiere.

“Ciao, vuoi essere mia amica?”

“Guarda che ci sento! E poi neancheci conosciamo..”

“Io mi chiamo Giacomo, amica. Etu?”

“Mi chiamo Alex..”

Secondo me questo ha delle serieturbe mentali, mi fa quasi paura.

“Ciao Alex, chiedo la tuaamicizia.”

Ma è scemo?

“Che significa? Ripeto: non ticonosco nemmeno! Possiamo socializzare, chiacchierare e scoprire se abbiamo deipunti in comune...”
“Ma quindi non vuoi essere mia amica! Lo sapevo, la mia situazione è ancoraquella di prima, sono un reietto, un derelitto, un emarginato, un respinto! Nontroverò mai tantissimi amici, la mia esistenza è segnata dalla mera solitudine!Me tapino, come soffro!”  

Che pessimismo cosmico! Unmomento...

“Come hai detto che ti chiami?”

“Giacomo.”

Ora capisco tutto.. e non stento acredere che il poveraccio non abbia amici...

“E va bene, Giacomo, sarò tuaamica..”

“Evviva!!!” - urla impazzitocorrendo intorno a me - “un milione e settecentonovantotto mila amici! Vai cosìGiacomino!!!”

“Alla faccia del derelitto! Ma comefai a conoscere così tante persone?”
“Sono miei amici!”

Mamma mia! Irrita il sistemanervoso!

“Ho capito che sono tuoi amici, macome cavolo li hai conosciuti?”

“Quando l'amicizia ti attraversa ilcuore, lascia un'emozione che non se ne va..”

“Ma questa è Laura Pausini!”

“Com'è profonda..”

“Oh sveglia! Tu sei GiacomoLeopardi! Hai composto l'Infinito, a Silvia, il sabato del villaggio.. Perquanto tu non mi possa piacere e ti trovi, anzi, una pessima persona, sei unpoeta unico!”

Cosa mi tocca dire... io questo nonlo sopporto proprio.

“Io sono pieno di amici, tutti sonomiei amici e io sono amico di tutti. Forse ti rode il fatto che abbia più amicidi te, è normale. Nessuno ha così tanti amici come me, Giacomino l'amico delpopolo..”

“Ma cosa stai dicendo? Tu seisempre stato segregato da solo con i tuoi libri, lo “studio matto edisperatissimo” ricordi?”

“Bugiarda! Bugiarda!!! Staimentendo, adesso ti faccio vedere io!”

E proprio mentre corre verso di mecon i pugni serrati verso il cielo, inciampa nei suoi stessi piedi, rovinandogoffamente a terra.

“Giacomo, ti sei fatto male?!”

“Niente fa più male dellasolitudine.. ma io non so cosa sia, perchè sono pieno di amici!”

Ha uno sguardo affranto, tutti iriccioli fuori posto e sembra un piccolo sgorbio di porcellana. Esattamentecome me lo immaginavo.

“Dai, ti aiuto a rialzarti.”

“Non hai capito che io sono il piùpopolare di tutti? Mi cercano sempre, sono impegnatissimo!”

 “Sì.. ma questi amici, nella fattispecie, chisarebbero?”
“Adesso te li faccio conoscere tutti..”

E con un movimento repentino ruotacon la mano le icone della vetrina, che ora sembrano le prime pagine deipassaporti di un milione e più di persone.

“Queste persone hanno accettatotutte la mia amicizia! Ecco, ti presento.. Mario Hurtado Gomez! Viene da..Madrid e ha.. 26 anni.”
“Giacomo, sei sicuro di conoscere queste persone?”

“Certo, amica! Questa per esempioè.. Ingrid Blomqvist, è.. danese e.. non fumatrice. 

“Ma tu stai leggendo! Questosignifica, per te, avere amici? Non sapere niente della loro vita?”

“Loro mi vogliono bene e mi sonovicini.”
“Loro non ti conoscono! Hanno solo accettato la richiesta di amicizia virtuale(per motivi che ora mi sfuggono)..  ècome se tu fossi il migliore amico dell'elenco telefonico..”

“Sono solo menzogne! Vero...Rosco?”

Il tipaccio nerboruto dalla foltacapigliatura e gli ispidi baffi color ebano che, evidentemente risponde aquesto nome, non lo degna d'uno sguardo.

“Hai visto? Ha annuito!”

“Non si è mosso di un centimetro,lo sai benissimo anche tu.. Tutte queste persone non sono amici, magaripotrebbero diventarlo, ma ora non lo sono. Non sono vicino a te per consolartinei momenti di depressione (altrimenti passerebbero la loro vita solo a fareciò..), né a ridere, scherzare, aiutarti...

L'amicizia è cosa ben diversa dalcontatto nella vetrina.. questo può esserti utile per mantenere i rapporti, masenza l'esperienza vissuta in prima persona, non v'è significato alcunonell'amicizia.”

“Ma mi sento così solo e frustrato,tutto il mondo mi è stato sempre avverso e questa vetrina rappresenta la miaunica via di fuga da una realtà da incubo. Hai ragione, sono solo uno stupidoilluso, buono a nulla.. ”

Quando lo dicevo io, non miascoltava nessuno...

“Diciamo che hai perso la tuastrada, devi essere un po' meno pessimista.. E levati quei ridicoli vestiti,gli amici veri non ti giudicheranno per come appari, ma per come sei. Non devicredere che  le persone che non conosciprovino sentimenti sinceri nei tuoi confronti, per farsi buoni amici bisognauscire di casa, socializzare... ”

“Sì, io ho solo perso la miastrada, esattamente come Cappuccetto Rosso nel bosco” - ho l'impressione chequesti grandi poeti del passato non siano poi così grandi... - “seguirò il tuoconsiglio e comincerò a vivere come una persona normale, d'altronde l'amiciziasincera può colmare ogni lacuna dell'anima come il poetare, da soli, in unlugubre chiaro di luna nella stanza desolata del mio cuore..”

Pronunciando queste straziantiparole si allontana, completamente offuscato dai suoi stessi versi.

“Ah Cappuccetto...”

“Sì?”

“In bocca al lupo!”

"Facebook ergo sum" pt.3
post pubblicato in diario, il 25 novembre 2009





"“Ehi, yo!”

Essendo di spalle, spero vivamentesi tratti ancora di Ernesto, che vuole stringermi tra le sue braccia dacombattente, per poi rassicurarmi e portarmi via da questo luogo misterioso..ma appena mi giro vedo solo un naso: enorme e adunco. Spunta da un cappuccio,all'apice di una tunica rossa e lunghissima, adornata da foglie di alloro a mo' di medaglione. Questotizio si avvicina deciso, muovendo la mandibola su e giù e brandendo unmicrofono, che mi sbatte in faccia pericolosamente.

“1..2..3... prova/ e tu chi seiinfido essere?/ gatta ci cova/ Io ti faccio fuori come con Abele Caino/ e  non mi vergognerò di essere un assassino/potesse bruciare all'Inferno ogni sporco ghibellino!/”

“Dante Alighieri??!?”

“Esatto, io sono Durante/ ma i piùmi conoscono come Il Sommo a.k.a. Dante/ Non c'è competizione per te, provadomani/ questo è il Poeta che discende da avi romani/ ti porto rime a nonfinire e per te sarà tragedia/ dimmi chi sei e facciamola finita con 'stacommedia!/”

“Io non sono dei ghibellini! Michiamo Alex e non so nemmeno come sono finita qui..”

“ Ehi yo, potevi dirmelo prima/ cheschifo di mc sei se non chiudi mezza rima?!/ quindi amica mia non voglioessere troppo sgarbato/ ma d'ora in avanti starò zitto se non parli baciato!/

“Ma veramente io non so se sonocapace...”

“Non so se sono capace?/ Tu sei unverme e io sono il rapace/ la mia testa di nuove liriche è ingorda/ ma forsenon hai capito, sei mica sorda?/ senti Dante come te lo porta con uno stilecadenzato/ qui lo rappo e lo ripeto: parla ritmato!”

Santa Madonna, tutte a me càpitano,ci mancava solo una freestyle battle con Dante Alighieri...per fortuna il rap èuna mia grande passione, vediamo come me la cavo con l'improvvisazione. Ehi stogià entrando nel personaggio, mi piace!

“Ok..sarò martire come Abele, ma tuinvidioso come Caino/ hai detto bene, sei rapace/ perchè hai il naso aquilino/Dici di discendere direttamente dagli antichi Romani/ ma sei capace di citaresolo Cacciaguida tra i parenti lontani/ senza Virgilio all'Inferno eri perduto/perciò stai muto/ l'unica cosa  in cuipotresti battermi, con quel naso, è “a chi fa più grosso lo starnuto”/ Io nonsono scarsa, forse tu lo sei/ adesso ti disfaccio come Maremma Pia dei Tolomei/Mi sfido con te con questa rima potente/ ti faccio un danno per Farinata a.k.a.perManente/ lascia perdere, dai, magari conquisti Beatrice/ se la musica rapfosse un libro non ti farei scrivere nemmeno l'appendice/ Io contro te: rime“scrause” contro rime belle/ tranquillo, ti faccio uscire fuori a riveder lestelle/ Prendi nota, Alex con la rima rimanda a casa Dante, ero più forte prima, lo sarò dopo e pure Durante!”

Il mio rivale sta schiumandorabbia, mi si lancia addosso spalancando le braccia e contraendo tutti imuscoli del corpo, ma, per mia fortuna, si ferma ad un metro dal mio volto.L'impeto vendicativo sembra essersi smorzato completamente, corruga la fronte,gli occhi si riducono a due fessure, la vocina piagnucolante esclama: “Basta ionon ce la faccio più, voglio tornare a scrivere, a fare rime serie..”

“Ma si può sapere che ti èsuccesso?”

“Sono finito, cosa.. come tichiami.. completamente finito!”

“Alex. Perchè finito? Che intendidire? La Divina Commedia è una colonna portante della letteratura e la gente ticonsidera il migliore di sempre...”

“Non capisci, non puoi capire. A menon interessa più che mi legga il professorone o il critico, impegnati solo arincorrere forsennatamente nuovi significati da attribuire alle mie parole.. Iovoglio piacere ai ragazzi, ai giovani, a gente come te! Invece no! I ragazzi mileggono con indolenza e solo perchè sono un obbligo scolastico, ai loro occhisono noioso, incomprensibile e pedante.. pe-Dante, ahah, l'hai capita?”

Sommo Poeta eh?

“Ehm.. vai avanti..”

“Ho pensato che l'unico modo perriscuotere un po' di successo, sfruttando le mie abilità, fosse iniziare a farerap: le rime sono il mio pane quotidiano e la faida con i ghibellini mi avrebbedato

 un vero tocco “gangsta”. Purtroppo, però, misono accorto che al di fuori dello scritto valgo zero. Ergo, non sarò maipopolare tra di voi, mi devo rassegnare..”
“Ma chi ti ha messo in testa queste frottole? Tu hai moltissimo seguito traragazzi..”
“Non mentire, piccola ipocrita! La mia lingua, la lingua di Dante, vieneprofanata di giorno in giorno, soppiantata liberamente con termini anglofoni efrancesi, i ragazzi la ripudiano, le persone di successo e alla moda laschivano: è nato l'italiota, un nuovo modo di parlare, come avrai capito,davvero poco intelligente. Sei cool solo se il meeting lo fai direttamente albrunch e se non avete trovato un accordo, fissate un nuovo sit-in per l'happyhour, così non perdete tempo col metre, però vai vestito lo stesso fashion e tipresenti con il cabriolet, mantenendo il tuo aplomb, per essere a'la page.. inmodo da non cadere nel demodè...”

Maledizione, ha ragione! sembra disentire mio padre..

“Figurati se i ragazzini, abituatia questi abusi linguistici contaminanti, possano trovare la Divina Commediainteressante..ho osservato attentamente le lezioni su di me, in varie regionidi tutta Italia, e i risultati sono stati sconcertanti: “Prof. 'sto Dante mi faabbioccare, piglia troppo male, mò lo accanno perchè non c'ho sbatti diandarmene in para per lui. La situa è troppo chiara, prof.: è'un babbo, secondome tirava bamba o si sfondava di bombe.. bellalì zio, ci becchiamo domani, vadoa fare due penne col motore..”

Ora sembra di sentire i mieicompagni di classe..

“Capisci ragazzina? Se il latino èmorto, l'italiano è agonizzante.. Tutte queste K, cmq, sl.. ma chesignificano?? L'esigenza di risparmiare tempo e denaro, legata a queste vostrediavolerie tecnologiche, sta deturpando la mia lingua.. ormai è tumefatta, forseirrecuperabile. Non c'è più nessuno che crede in me.”

“Questo non è vero! A me la tuaopera è piaciuta moltissimo!”

“Senti ragazzina, mica sono tantoscemo da credere alle bugie della prima che capita: tu la mia opera non l'avraineanche letta!”
“Ah sì?! Allora come facevo a risponderti in rima citando Cacciaguida e Piade'Tolomei, a conoscere il vero nome di Farinata degli Uberti e sapere quantosei cotto di Beatrice?”

“Ehi, hai ragione, non ci avevopensato! Bè, comunque avrai dovuto imparare tre nozioni per la scuola.. Noncambia niente..”

“E' qui che sbagli, caro il mioSommo Poeta: proprio leggendo il tuo capolavoro mi sono appassionata alle rime.E' così affascinante e musicale..”
Piccola bugia: mi sono appassionata alle rime ascoltando notte e giorno gliArticolo31, ma questo uomo ha bisogno di un'iniezione di fiducia.

“Ma.. allora.. piaccio ancora aqualcuno!”

“Certo, te l'ho detto. E come me cene saranno tantissimi altri..”
“Ma allora perchè tutti maltrattano così il mio idioma? Guardati intorno, inquesta vetrina ci sono veri e propri omicidi lessicali! Perchè questa moda hapreso così piede? Perchè nessuno reagisce e mette gli altri sulla retta via,che è stata smarrita?”

“Come le pecorelle escono delchiuso/ a una, a due, a tre, e l'altre stanno/ timidette atterrando l'occhio e'l muso;/ e ciò che fa la prima, e l'altre fanno, /addossandosi a lei, s'ellas'arresta, /semplici e quete, e lo 'mperchè non sanno.”

“...”

“Dante, l'italiano non ha bisognodi addobbi da esterofili che lo rendano più interessante. E' bellissimo così.Punto.”

“Tu, Alex, oggi mi hai restituitola felicità! Il decadimento non è poi così imperante e forse può essere ancoraarginato. Sei una persona fantastica.”

Svanito nel nulla, esattamente comegli altri. Che fatica, non ricordo di aver mai conosciuto una persona cosìtestarda!Ma la sua passione è autentica e sincera, riesco a capire la suadelusione."

"Facebook ergo sum" pt.2
post pubblicato in diario, il 24 novembre 2009



"Ad alimentare ulteriormente le miepreoccupazioni, un luogo che non riesco a riconoscere e che verosimilmente nonesiste: questa vetrina con le facce e nient’altro. E’ impossibile descrivere ilvuoto, ma giuro che è esattamente ciò che mi circonda. Di colpo mi viene inmente una cosa importante, per quanto ora sia in grado di distinguere ciò che èimportante da ciò che non lo è: io quella vetrina la conosco. L’ho vista ascuola durante l’ora di informatica, i miei compagni che non seguivano lalezione erano su un sito con grafica identica e una miriade di foto. Sono anchesicura che qualcuno stava affermando di essere fan di qualcosa …

“Certo chica, può essere, può essere …”

Non credo ai miei occhi, non cicredo, svengo.

“Io soy Ernesto, encantado,piacere di conoscerti.”

Rimango letteralmente senza fiato:ho davanti a me Ernesto Che Guevara. E’ affascinante e carismatico come nel mioposter in camera, quello dove fuma un grosso sigaro cubano, in completomilitare. Lo scruto da testa a piedi estasiata, i suoi capelli mossi, la barbaincolta, lo sguardo da duro che nasconde una tenerezza di fondo. Ma mi accorgoche c’è qualcosa che non va: anziché la divisa militare, indossa una magliettacon la sua foto stampata e una giacca blu con varie spille appuntate, tra cuispicca quella della pace; al posto degli abituali stivali, un paio di All Starbianche e dei blue jeans appena strappati all’altezza del ginocchio.

“Ma tu.. Sei … Che Guevara, osbaglio?”

“Vedi cara, “Che”, comandante, è unaggettivo che non suona più bene con il mio nome. Ho combattuto per i dirittidei più bisognosi, lottato per l’ideologia, sono sceso in battaglia per lalibertà degli oppressi. Ma ora il mondo è stufo di guerre, non vuole piùsaperne di morti ammazzati e tu lo sai meglio di me, non è così? Una personaintelligente si rinnova continuamente, ora sostengo le mie idee senza violenza,con semplicità.”
C’è qualcosa che non mi convince in questo uomo, ma ogni volta che mi sorride,inesorabilmente mi perdo.

“La maglietta che indossi Ernesto,io pensavo che un po' ti saresti arrabbiato che altri lucrassero sulla tuaimmagine ..”

“Ma che dici?Anzi! E’proprio questala mia nuova filosofia: sostenere le proprie idee con tutti i mezzi possibili.Inoltre è comodissima e ricamata benissimo, puro cotone. Guarda che bel violaacceso!”

Sono sempre più perplessa, noncapisco dove vuole arrivare.

“Un sacco di tuoi compagni discuola sono diventati fan di “Viola colore dell’anno” e “Quelli che mettono laT-shirt sotto la giacca.” E’l’abbinamento più consono per farti vedere e farsentire le tue idee. Poi chica ricordache la comunicazione è fondamentale per diventare leader: l‘Iphone, è un must, imprescindibile. Il gruppo“Iphone 3GUMTS” è il più cool del pianeta. Unisciti anche tu e scrivi tutte letue idee e gli accessori che mancano.”

Non è un uomo, è una campagna dipubblicità occulta. Dove sono finiti i viaggi in moto con Alberto, Cuba, laBolivia, la rivoluzione?

“Ma come hai fatto a diventarecosì? Incontrarti è stato sempre un sogno, avrei voluto parlare di libertà,diritti, imprese eroiche .. Ora capisco! Non vuoi farti più chiamare “Che”perché non lo sei più, hai sostituito il carisma e il coraggio conl’omologazione. Sei diventato Ernesto Trend Guevara e il tuo profumo di leggendae di vittoria si è trasformato in artificiale puzza di plastica!”

La rabbia e la frustrazione mihanno completamente tolto la ragione: non riesco a credere di aver pronunciatoqueste parole proprio a lui, che però ne è rimasto scosso. A questo punto nonci speravo più. Il suo volto si incupisce e lo sguardo si abbassa: sapevo chequel frullato di marketing e tendenze giovanili non era la stessa persona cheaveva diretto l’attacco su Santa Clara.

“Non sei Che Guevara, vero?”

Se quanto mi è accaduto sinorasfidava l’assurdo, questo lo supera abbondantemente: Ernesto ringiovanisce dialmeno quindici anni, a occhio e croce prima del viaggio a bordo dellaPoderosa.

“Sei attenta ragazza, i mieicomplimenti.”

Quella voce calda mi entranell’anima. Non c’è più possibilità di sbagliarsi.

“Fino ad ora hai parlato con unpersonaggio, come dici tu, di plastica. Quello è il frutto di anni dimanifestazioni di qualsiasi genere con il mio volto su bandiere e magliette.Quello è il figlio della moda, dell’appiattimento dell’identità, del simbolismovuoto di valori. Non vi state accorgendo che sta cambiando la realtà,falsandola, sostituendo la semplicità delle azioni con la banalità. Vuoi sapereverso cosa si sta indirizzando la tua generazione? Questa grande vetrina, dovetutti si conoscono, sanno tutto degli altri, ma si salutano a malapena, ne èl‘incarnazione. Un luogo che non esiste, dove tutti si sentono in dovere diiscriversi per avere un’identità, paradossalmente per esistere. Qualcuno pensache c’entri la fratellanza, nessuno ha capito il grande inganno. Liberi disbattere sulla faccia degli altri i propri gusti, esplicitando di essere fan diquesto e quello. E se dietro alla baracca ci fosse un burattinaio? Hai maipensato quant’è facile condurre inchieste di mercato, e di conseguenzamanipolare, quando non devi neanche porre le domande? Immagina le grasse risatedi scherno dei signori del marketing, di fronte al vostro ignaro pascolare neiloro recinti.  E c’è dell’altro, vuoisapere qual è la cosa peggiore? Nessuno usa la forza per questo lavaggio delcervello collettivo, è tutto voluto da voi. D’altronde, non fu Hitler elettodemocraticamente nel ’33? Ci possiamo stupire ancora di qualcosa in questomondo malato? Ti chiami Alex, vero?”

“Sissignore.” - La mia voce statremando, ogni volta che parla è come se mi scuotesse dappertutto e mirimettesse, senza cambiarmi di una virgola, al punto di partenza.

“Lo sai Alex chi sono le verevittime di tutto questo? I valori. Questa macchina inghiotte nel suo meccanismosenza far capire nemmeno cosa sta succedendo: osanna il perbenismo, Alex.Iscriviti anche tu al gruppo contro il maltrattamento degli animali o a quelloper debellare la fame nel mondo. E' facile, comodo, a portata di clicke,soprattutto, dai una bella lavata alla coscienza. Ma quanti credono veramentea ciò a cui aderiscono? Quanti si interessano? Mi sai rispondere Alex?”

“Non..non lo so signore” - Tra duesecondi me la faccio addosso.

“Se chiedo alla stragrandemaggioranza dei tuoi amici chi era Che Guevara, sai che mi rispondono? Uncomunista. Quelli che non hanno la più pallida idea, invece, leggono le primedue righe di Wikipedia. Sono stato un guerrigliero e rivoluzionario argentino,della mia storia non frega niente a nessuno. Siete davanti ad un problemagrosso, Alex, state perdendo la conoscenza e il gusto della scoperta. Sai qualè la differenza tra cultura ed erudizione?”

La so, santa donna quellaprofessoressa d’italiano, un giorno le dirò che mi è servita per rispondere aChe Guevara.

“Credo che l’erudizione sia un merosapere, mentre la cultura è anche frutto di ricerca e passione. Se l’erudizioneè una questione di quantità, la cultura è qualità.”

“Molto bene ragazza, davvero brava.Allora la vostra non è cultura, diciamo che è una “demo” di erudizione. Nelvostro mondo di ricerche veloci, di “mi sento fortunato”, di contattiistantanei, lo strettamente necessario è più che sufficiente e il vostrosguardo cerca solo quello. Smentite in maniera categorica Saint Exupery: pervoi l’essenziale è tutt’altro che invisibile agli occhi.

Alex, tu sei diversa e mi sento indovere di metterti in guardia, anche perché non sei stata ancora contaminata.Ti prego, metti passione in tutto ciò che fai.. e se una cosa ti annoia, vaisempre e comunque fino in fondo, nulla ti arricchisce come l’esperienza chevivi in prima persona. E ricorda: non identificarti in un contenitore, combattiper la tua unicità Alex ... ”

Lentamente anche la suaimmagine si dissolve, lasciandomi la convinzione che sia stato l’incontro piùintenso di tutta la mia vita. Le sue parole forti mi hanno, però, confusotantissimo: una grande vetrina, manipolazione, andare volontariamente verso ladistruzione dei valori e della cultura, falso perbenismo .. Cosa diavolo stasuccedendo intorno a me? Il mondo sta cambiando radicalmente e io (a questopunto direi per fortuna) ne sono ancora fuori. Ho capito solamente che c’èun’immensa vetrina-comunità che probabilmente non è neanche reale, che lepersone devono entrare a farne parte per soddisfare i loro bisogni di identità,che vi è una fuga di notizie futili che potrebbe essere la fortuna di chi stadietro il sistema. Allora non c’è da escludere la presenza di qualcuno, dietroil sistema. Qualcuno che sa sfruttare in maniera divinamente diabolica i gustidella gente, convincendola, senza far niente, ad esporsi. Solo una cosa ècerta: tutto deriva dalla vetrina e io non so praticamente niente riguardo ad essa. Ci vorrebbe un'idea. E l'ideam'è venuta. Rimembro che mio padre, un giorno, mi dissuase vivamente dalleggere le istruzioni del nuovo videoregistratore che mi aveva regalato perNatale, perchè “le istruzioni sono da perdenti, devi essere un po' smart”. Daallora, avevo appena sei anni e una imperante avversione nei confronti deiconsigli paterni, cominciai a leggere le istruzioni di qualsiasi cosa micapitasse sotto mano. Proprio così devo fare: cercare semplicemente le istruzioni di questo posto. Scrutominuziosamente tutte le scritte che mi trovo intorno e scopro che sono nomi,dati anagrafici, ma soprattutto veri e propri dialoghi. Incomprensibili. Sembrache all'interno della vetrina viga un regime lessicale per cui occorradecapitare brutalmente le vocali, ad appannaggio di abbreviazioni ed anarchia sintattica."
"Facebook ergo sum" pt.1
post pubblicato in diario, il 23 novembre 2009




Pubblico a puntate un racconto scritto da Lorenzo M. Cisbani. Il racconto si intitola "Facebook ergo sum", è una simpatica storia che mette in evidenza i tratti salienti del famosissimo social network, con gli occhi di una giovane ragazza completamente ignorante in materia. L'ho trovato molto interessante e piacevole da leggere, spero che sia lo stesso anche per voi. 

Buona lettura!



"Che oggetto conformista lospecchio! Si adegua al suo ambiente, riflette la stessa realtà continuamente,vive in funzione di quello che gli sta davanti. Ma se quello che gli stadavanti si confondesse, si sdoppiasse o addirittura sparisse? In quel caso,fossi uno specchio, mi frantumerei.Mi chiamo Alex e sono una femmina.Il nome l’ho scelto io. In realtà il mio vero nome è Margherita, ma l’ultimoche mi ha chiamata così è stato l’impiegato dell’ufficio anagrafe. Mio padre,infatti, è troppo impegnato a dipingersi un profilo di giovane professionistarampante per curarsi del mio nome di battesimo; mia madre si rivolge a me(quando trova tempo tra un hamburger di tofu e i diritti del panda) solo connomignoli obbrobriosi e toni melensi. Lui, assuefatto completamente dallesfavillanti luci dell’imprenditoria capitalista, due palmari touch screen,Lamborghini nera, sedili in pelle, giovani conquiste assetate di denaro fulloptional, loft in centro, arredamento rigorosamente monocromatico; lei, capellicortissimi, sorriso spento, vegetariana, ambientalista,  idee rivoluzionarie post-sessantottine,uomini come abiti, “Jukebox all’idrogeno” perennemente sul comodino,sostitutivo della Bibbia. Posso affermare con una certa convinzione di esserefiglia di stereotipi. Naturalmente separati. Per la precisione, mai sposati.Quando chiesi come avevano fatto due persone così diverse e non innamoratel’una dell’altra a concepirmi, mio padre rispose che ero stata “un incidente dipercorso”. “Il più bello che potesse capitare” chiosò mia madre enfatica.Capite che le chance di buttare la mia vita dietro orecchini di Chanel opomeriggi a limonare con i rasta ai centri sociali erano piuttosto alte. Poi micapitarono in mano, tra i dodici e i sedici anni (compiuti lo scorso 20settembre), alcuni libri e film che mi cambiarono la vita. Mentre le miecompagne di scuola trascorrevano pomeriggi davanti allo specchio o nei camerinidei centri commerciali, io chiedevo alla polvere delle bancarelle ambulanti qualcheopera di Fante, Hornby, Camilleri, Bukowski, ma anche Wilde, Gadda, Tolstoj,Calvino. L’odore della notte passata a leggere era quello di storie che trovavodi ordinaria follia, perché mi immedesimavo nella mente di questi geni e capivole potenzialità e i disturbi di una personalità borderline. L’incomprensione,l’orgoglio, la rinuncia a compromessi, i sogni. Una sera, dopo aver vistoArancia Meccanica, decisi di cambiare il mio nome in Alex, un po’ per omaggio aKubrick, un po’ per un significato nascosto che mi rappresenta appieno.  A-Lex, “A” privativa, “senza regola”. Neglianni, precocemente, ho cominciato a crearmi una coscienza, informarmi, pensare.Tutto, tanto per dirla con Jack Nicholson, perché non volevo essere un prodottodel mio ambiente. E non intendo semplicemente la patetica condizione di figliaviziata da genitori divorziati: osservare, scomporre la realtà e ricomporlaalla mia maniera è tuttora il mio sport preferito. Piacere Alex, sono lostrappo alla regola, e naturalmente abito in via del tutto eccezionale. Losmarrimento che solitamente dipingo come un Picasso ubriaco negli occhi deimiei interlocutori è l’anticorpo della mediocrità. Se c’è una cosa che odioveramente in questo mondo, è la plastica. E non intendo la plastica dellebottiglie o degli utensili più comuni che utilizziamo ogni giorno. La plasticaipocrita, spesso riciclata e informe dei reallity show, dellaspettacolarizzazione delle notizie, tanto cara al giornalismo moderno, deipregiudizi, del processo di massificazione mediatica. Piacere Alex, sono lasconfitta del pettegolezzo, delle mode passeggere, della paura di esprimere leproprie idee e del quarto d’ora di notorietà che tutti avremo nella nostravita. Gran precursore, quel Warhol. A volte ci parlo, anche se ha dei limitievidenti sotto certi punti di vista che non mi sento di approfondire in questasede; per i discorsi più importanti mi rivolgo a Orwell. Certo, se l’unico chepuò capirti  è morto circa sessant’annifa, hai una bella cesta di problemi. Senti qua, George. Forse stavo dormendo,forse no. Improvvisamente ho visto frantumarsi lo specchio e l’irreale ha presola forma del reale, o viceversa. Questo ancora non l’ho capito. C’è un mondofuori, c’è il mio mondo, c’è qualcosa che ancora non è ma che presto sarà, oalmeno è probabile che sia.  Magari stoancora sognando, ma forse, molto più semplicemente, no.

La vetrina è la più grande che ioabbia mai visto e contiene le facce di tutte le persone che conosco. Ci sonoperfino mio padre e mia madre, con le informazioni relative alla loro vitaprivata. Sembra che mio padre sia “impegnato” con una certa Esmeralda DosPassos, modella spagnola di ventiquattro anni con delle curve mozzafiato. Miamadre, invece, è diventata fan degli Inti Illimani ed ha aderito alla causa“Basta polveri sottili nell’aria!”. Sotto queste notifiche, risulta che una suaamica con una foto da censura, è diventata fan di “Quelli che consumano a lumedi candela …non la cena”. Rimango allibita. Il sistema possiede ogni tipo diinformazione personale, al limite della legge sulla privacy. Trovo una miacompagna delle elementari che non rivedevo da svariati anni, mi avvicino perguardare l’immagine e sento una voce che mi impietrisce.

“Ciao Alex, vuoi essere mia amica?”

 La ragazza è dietro di me, ha una cascata dicapelli ricci e mi guarda con un sorriso gentile. Provo ad aprire bocca, marisulto irrimediabilmente afona. La sua immagine sparisce, davanti al miostupore. Ora sento un milione di voci affermare le cose più disparate: chi raccontacosa ha mangiato a pranzo, chi vorrebbe uscire o vedere un film, chi è triste,chi sente la mancanza di qualcuno, chi ascolta la musica. Mi sento smarrita.Istintivamente, che sia stramaledetto l’imprinting, cerco mia madre e chiedodelle spiegazioni. Mi compare la scritta “Aggiungi agli amici”. Mia madre èsolo una foto. Non parla, non interagisce, è immobile, non posso comunicare conlei. Mio padre idem, se ne sta lì con gli occhiali da sole neri, davanti allasua lussuosa Lamborghini. Sono tagliata fuori dal mondo, sempre che questo siail mondo. Mi viene in mente Matrix. Blocco l’agitazione pensando, ma l’enigma èintricato. Mia madre e mio padre non vogliono parlarmi e la ragazza che nonvedo da anni prende addirittura l’iniziativa. Io provo a parlarle, ma la miavoce non ha nessun suono. Poi riprovo con mia madre, ma il mutismo ha ancora lameglio. Dalla comunità io sono fuori, come se non esistessi.

“Perché tu qui non esisti.”

Mi sento gelare ma non so come,riesco a trovare la forza per voltarmi e guardarlo negli occhi.

“Sei Virgilio?” chiedosommessamente.

“No no, cara - ride di gusto - nonsei né all’Inferno né al Purgatorio e soprattutto sono molto più giovane dilui. Mi chiamo Leonardo, Leonardo Fibonacci e forse saprai già chi sono, se latua insegnante di matematica ha un minimo di passione per la splendida materiache insegna”. Fibonacci è un nome che ho già sentito, anche se così su duepiedi non mi viene in mente proprio nulla, specialmente associato a quel“piattume” incolore che è la mia professoressa di matematica.

“Parecchi secoli fa inventai unaserie di numeri per trovare una legge che descrivesse la crescita di unapopolazione di conigli..”

Ma certo, la serie di Fibonacci! 1,1, 2, 3, 5, 8, 13, ecc. Ogni numero è la somma dei due precedenti. Ricordo chene rimasi piacevolmente sorpresa leggendo uno dei miei primi libri, “Il magodei numeri”.

“Non volevo spaventarti e ora tispiego tutto. Qualche anno fa un giovane universitario ebbe la geniale idea dicreare una sorta di annuario scolastico non cartaceo, bensì virtuale. Glistudenti potevano sfruttare questa piattaforma per darsi appuntamenti,pubblicare foto e bandi di feste scolastiche, ecc. La pensata ebbe un successoinaspettato e dalla sua scuola si estese a tutte quelle vicine, per sbarcarequasi immediatamente in Internet e rivoluzionare definitivamente la società.”

“Scusi signor Fibonacci, ma…”

“Dammi del tu, bimba, e chiamamiLeonardo.”

“Ehi, non sono una bimba!”

“Hai ragione – esclama soffocandouna risata – ma era in tono affettuoso, da noi toscani si usa così..”

“Leonardo come fai a sapere tuttequeste cose e perché ti interessano tanto?”

“Si dice che i personaggi disuccesso, grazie alla loro fama, vivano anche dopo la morte fisica. E’vero:dopo aver lasciato il corpo, non importa quanto tu sia stato buono, cattivo ocredente sulla Terra. Se sei riuscito a diventare famoso e a lasciare qualcosadi utile all’umanità vivrai per sempre. Qualcuno, lassù, confida ancora in te,ti obbliga a rimanere informato su ciò che succede nel mondo, e ti faintervenire come sto facendo io, quando l’argomento è di tua pertinenza.”

“Ma tu che c’entri con quello chesto vivendo io?!”

“Qui il discorso si complica unpo’, ma sono sicuro che capirai. Per allargare il bacino di utenza, questo sistemautilizza degli algoritmi difficilissimi che consentono di individuare personedi tua presunta conoscenza, in modo tale da scatenare un effetto “passaparola”.In pratica da un singolo, la rete si allarga per poi cercare nei nuovi singolialtre persone da aggiungere. Considerando che ci vuole un po' di tempo primache ognuno capisca davvero come funzionano le cose..”

“Scusa se ti deludo ma non penso diaver..”

“Passiamo alla pratica e capirai.Ti premetto che il mio ragionamento è completamente all’oscuro dellestatistiche, ma è puramente logico: sto appunto cercando di capire se funzionaveramente come penso, le mie ricerche sono ancora in una fase embrionale.Ipotizziamo che un utente abbastanza sveglio impieghi in media un “accesso”(dopo quello della registrazione) per capire le funzioni a disposizione,cercare nuovi amici e, di conseguenza, convincerli ad entrare nella rete edaggiungerli. Supponiamo anche che lo faccia con costanza, ossia che già apartire dal secondo, continui ad aggiungere amici con la frequenza media di unapersona per ogni accesso. Naturalmente si tratta di una semplificazione o,comunque, di un’ipotesi forte: alcuni utenti accedono tutti i giorni, pertantohanno amicizie stabili che ampliano di tanto in tanto; altri si connettonomolto più di rado,  aggiungendo anche piùdi un amico. Diciamo che l‘equilibrio sta nel mezzo.”

“Mi sembra ragionevole, vaiavanti.”

“Creando un modello “Registrazione- primo accesso - invito”, dovrebbe venire fuori una cosa molto interessanteper quanto riguarda l‘espansione provocata dai nuovi utenti, vediamo se ciarrivi. Fase 1: il primo utente si registra; per ora è da solo. Fase 2:effettua il primo accesso, capisce come aggiungere amici e si mette allaricerca. E’ancora solo. Fase 3: essendo capace, fa iscrivere un nuovo amico elo aggiunge alla sua lista. Ecco che sono in due. Fase 4: l’ultimo iscrittodeve ancora capire i meccanismi, ma il primo convince un’altra persona adiscriversi. Tre. Fase 5: ora anche il secondo iscritto è arrivato al suo secondoaccesso, convince un amico ad iscriversi e, insieme al nuovo che porterà ilprimo, fanno cinque.”

“Fase 6: di questi cinque iscritti,solo i primi tre, avendo superato il primo accesso, convincono altre persone.Tre nuovi più cinque vecchi fanno otto. E’la tua serie Leonardo!”

“Sagace. Questa è la mia tesi,conoscendo solo sommariamente il meccanismo, potrei anche aver sparato dellegrandi assurdità. Però il discorso fila, a quanto pare.”

“Intendi denunciare quel ragazzo?”

“Ahah, ma assolutamente no, bimba,per chi mi hai preso? Sono contento di vedere che ancora sono utile aqualcuno... Purtroppo porto cattive notizie: ti ricordi la mia popolazione diconigli? Bè.. non ha più smesso di crescere, si riproducono di continuo evedessi con che ardore! Sono diventati un incubo, mi sbucano da ogni parte..”

“Credo di aver capito il nesso, maancora non mi capacito del mio ruolo nella vicenda..

Mi hai spiegato come funziona ilpassaparola di qualcosa che non riesco nemmeno a capire, mi  hai parlato di aggiungere amici da qualche parte, no? Quali amici? Perché ècomparsa la mia compagna delle elementari? Perché mia madre non mi risponde?Perché non ho voce? Dove mi trovo?”

“Continuerà ad espandersi, diverràincontrollabile e rivolterà la realtà. Si confonderanno il vero e il falso,come sta succedendo a te: sarà il peggiore incubo che il mondo non sta sognando…”

Poi, senza rispondere allemie domande, sparisce. Le sue ultime parole sono state inquietanti. Non riescoa capire se sto sognando o no, mi sembra tutto così assurdo." 


Vedi anche:

Mafia e politica italiana vista da un giornalista Inglese

Il passaparola di oggi di Marco Travaglio

Facebook nella vita reale - il video


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permalink | inviato da jimmypec il 23/11/2009 alle 19:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
"Storie", non "storia" p.5
post pubblicato in diario, il 7 novembre 2009




E con questo abbiamo finito. Si conclude il "viaggio" con Ingo Schulze per capire dal suo punto di vista(uno dei più noti intellettuali del momento in Germania), che cosa significò la caduta del muro di Berlino. E quali conseguenze portò nella vita delle persone "comuni". Spero che questi post siano serviti a farvi arricchire culturalmente e a farvi venir voglia di saperne di più su questo tema. Possiamo provare ora, a vedere le cose che ci verranno dette e scritte nei prossimi giorni riguardo la caduta del muro, da altri punti di vista. Quello di Schulze, ma anche quello di ognuno di noi dopo aver rielaborato tutte le informazioni apprese. Solo guardando i fatti da molti punti di vista si arriva a capire veramente la realtà!



...
La nostra rivista sopravviveva a stento allo shock del marco federale e si è salvata dopo un anno diventando un giornale degli annunci. Tra i quotidiani sono sopravvissuti quelli che appartenevano all’ambito della SED, che poi furono divisi tra WAZ(Westdeutsche Allgemeine Zeitung, giornale della regione della Ruhr e maggior quotidiano regionale tedesco) e Springer e C.(casa editrice con sede a Berlino e Heidelberg). Oggi credo che un periodo di transizione avrebbe permesso soprattutto una cosa: sfuggire alla sorpresa, riprendere conoscenza, riflettere e preparare seriamente una riunificazione. L’unione con l’Est sarebbe stata per la Germania Ovest un’opportunità per esaminare le pratiche durate fino ad allora e trasformarsi. Questo sarebbe dovuto essere, dopo la fine della guerra fredda, dopo la fine della corsa agli armamenti, il vero “dividendo della pace”.

Era possibile avanzare delle proposte che avrebbero avuto delle buone opportunità non solo nell’Est. Un’assistenza sanitaria, ad esempio, in cui i medici non debbano essere anche imprenditori, assicurazioni che non vengano condannate perché fanno dei profitti, un sistema stradale che possa essere inteso anche come alternativa ecologica e servizio per la comunità, asili nido e scuole materne diffusi su vasta scala, scuole a tempo pieno, ecc. Le industrie sarebbero potute sopravvivere tramite la partecipazione dei dipendenti, dei comuni, dei Länder, delle associazioni (come è riuscito alla Zeiss-Werken di Jena(azienda ottica produce binocoli, fotocamere, obiettivi per macchine fotografiche, meccanica ed elettronica che fu divisa in due parti, una all’Ovest e l’altra all’Est, appena dopo la guerra. Nel 1991 le due società tornarono unite)). La cosa più importante sarebbe però stata che la politica si rivolgesse ai cittadini come cittadini, anziché liberarli dalle responsabilità con promesse elettorali (marco federale subito, piccola cassa, paesaggi in fiore). Non è stata solo persa un’opportunità. Il 1990 segnò a tale riguardo una svolta, quando con la presunta “fine della storia” da ora in avanti le alternative allo status quo furono liquidate come finite, fallite o utopistiche. 

Le prestazioni sociali diventarono fattori di costo e freno per la crescita. Il mercato diventò la vacca sacra, la privatizzazione un’ideologia. Tutto quello che contraddiceva la pura dottrina sembrava screditato. Aldilà della crescita, dell’efficienza, del corso delle azioni e dello shareholder value non c’era nient’altro che contasse. Ogni anno che passava la società si polarizzava maggiormente. Si era dimenticato che la libertà e l’uguaglianza sono due diritti che vanno di pari passo. La libertà senza uguaglianza di diritti sociali non è libertà.
Spesso negli ultimi anni mi è stato chiesto: “è bene accolto nell’Ovest?” Io ancora adesso per risposta chiedo solo “quale Ovest intende? Quello del 1989 o del 1999 o quello attuale? Intende il capitalismo renano o quello vero?(Gioco di parole nella versione originale: in tedesco rheinisch = renano (una delle regione più industrializzate ed economicamente importanti della Germania), rein = puro, vero)”

Come sarebbe andata se ci fossimo incontrati dopo la caduta del muro da beneficiari della Hartz IV(riforma entrata in vigore nel 2005 in Germania; la Hartz IV (dal nome di Peter Hartz, capo della commissione sulle riforme del mercato del lavoro) ha riunito l’indennizzo di disoccupazione e quello sociale. In seguito alla Hartz IV i disoccupati ricevono 351 € al mese più il contributo per un alloggio adeguato), che hanno 4, 25 Euro per il nutrimento quotidiano, 5 centesimi in più di quanto costa a Berlino una corsa in autobus dal Mitte a Charlottenburg e ritorno? O se, telefonando a un medico, avessimo cominciato a sentire una voce che diceva: “se siete coperti da un’assicurazione privata premete uno, altrimenti due”. Che urlo improvviso ci fu (così si racconta sempre) alla fine degli anni 80 nella Repubblica Federale quando si sarebbe dovuta tenere una consultazione popolare. Oggi sembra evidente che la dirigenza di un gruppo industriale può ottenere senza problemi informazioni sulla situazione dei conti bancari, contatti telefonici, malattie o preferenze dei propri dipendenti. Proteste? La parola stessa è vietata ai dipendenti, e col giornale di domani la rivolta è finita. 

Quello che spesso viene fatto passare per il problema Est-Ovest o Ovest-Est oggi non sembra più così superficiale. Il numero di persone con redditi milionari è cresciuto tra il 1989 e il 1992 di circa il 40 %. Questa tendenza ha stabilito la rotta per il futuro. I profitti sono privatizzati, le perdite socializzate. Alcune città dell’Ovest sembrano più grigie delle loro città partner dell’Est. Se oggi riguardo ad alcune decisioni - come l’esproprio e la statalizzazione di una banca - ci stropicciamo gli occhi, è perché non osiamo neanche più pensare a possibilità previste esplicitamente dalla costituzione. Finora lo stupore non ha avuto conseguenze. Tutte le misure che sono state prese in Germania o forse anche quelle che sarebbero dovute essere introdotte, sono state accompagnate da scuse e dall’affermazione della loro limitatezza, temporaneità: ci dicono che non c’era altra scelta, ma che tutto sarà revocato non appena le prospettive di profitto saranno migliori. Molto più negativo è il fatto che non si dica più niente sui motivi per cui la collettività dovrebbe costituire un proprietario peggiore rispetto ad azionisti privati o fondi speculativi (ammessi in Germania già dal 2004). Secondo quale criterio si giudica in questi casi? Il massimo profitto è davvero la cosa più importante? Non ci si dovrebbe piuttosto preoccupare molto di più di provvedere bene alla comunità e di considerare rilevanti gli aspetti sociali ed ecologici così come il rispetto dei diritti umani?

La discussione che non è stata affrontata nel 1990 dovrebbe avere luogo adesso. Ci si dovrebbe chiedere quando è ragionevole che la comunità stessa prenda in mano qualcosa perché è meglio per i cittadini; cosa si dovrebbe lasciare, secondo regole del gioco ben determinate, all’economia privata? Si potrebbe parlare dell’industria energetica, del sistema bancario e quello sanitario, delle assicurazioni, delle ferrovie, dell’educazione, delle poste. E perché non anche delle industrie belliche o farmaceutiche? Perché un’impresa produttiva che non è condannata per fare profitti sempre maggiori dovrebbe essere negativa per la comunità, per gli occupati? Crescita e massimizzazione del guadagno non sono più la bacchetta da rabdomante che dovrebbe portarci nel futuro. I rapporti sul clima ci danno ancora da cinque a dieci anni per tirare il freno di emergenza. Mentre cerchiamo di ridare energia ai consumi, un miliardo di persone non ha abbastanza da mangiare né acqua potabile. Quale partito durante la campagna elettorale avanza la proposta di agire contro queste situazioni una volta al governo? All’internazionalizzazione dell’economia deve seguire un’internazionalizzazione dei cittadini, dunque un’internazionalizzazione della politica, perché gli stati nazionali non diventino marionette in mano ai gruppi industriali o agli speculatori. Parlare e discutere di vent’anni di rivoluzione pacifica vuol dire anche riflettere sul nostro mondo attuale. Forse il mio modo di vedere le cose è sbagliato. E questo sarebbe accettabile. Quello che non si può accettare è invece la sicurezza di sé dei “vincitori della storia”, l’arroganza con cui si ritengono aldilà delle argomentazioni, delle discussioni, delle domande: è ora di fare qualcosa. Si potrebbe passare sopra alla presunzione nei confronti della vita nella DDR, se la sua immagine non fosse oggi così criminale. Non ci salverà la sicurezza di sé inclusa nella convinzione che ci sia bisogno solo di una dirigenza migliore.

Vedi anche:

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"Storie", non "storia" p.4
post pubblicato in diario, il 6 novembre 2009




Per la serie "non impariamo mai", in questo passaggio Shulze mette l'accento sul mancato controllo politico durante la fase di passaggio dal marco della DDR a quello federale. Vi ricorda qualcosa? Forse il passaggio dalla Lira all'Euro? E' si, è successa esattamente la stessa cosa: c'è stato un cambiamento dall'oggi al domani senza controlli durante la fase di transizione che avrebbero potuto evitare molti problemi. Uno su tutti l'aumento selvaggio dei prezzi! "Certo",direte voi, "non impariamo dai nostri errori, figuriamoci da quelli degli altri". E allora iniziamo noi ad imparare quali sono stati gli errori degli altri e i nostri, per non commetterne più in futuro.
Buona continuazione.


...
Come drammaturgo guadagnavo 700 marchi orientali netti. All’inizio del 1990 corrispondevano nel migliore dei casi a 150 marchi federali. Perché si doveva lavorare all’Est quando si poteva guadagnare dieci volte tanto spostandosi cento chilometri più in là? 
Quando fondai una rivista insieme ad alcuni amici, ci pagammo già 2000 marchi netti, e il tasso di cambio si rivolse poco a poco a nostro favore.
Ci sarebbe stato bisogno di un periodo di transizione. Ma perché questo si verificasse mancava la volontà politica del governo. Era più facile convincere al lusso una popolazione che aveva vissuto un’economia di privazioni, e pagare già all’inizio delle grandi ferie il marco della Germania Federale con un cambio di uno a uno, e poi, con un risparmio superiore ai 4000 marchi, di uno a due. 

La massa della popolazione della DDR era pronta a credere a Babbo Natale anche se tutti, proprio tutti, sapevano che l’ impresa per cui lavoravano non avrebbe potuto pagare subito in marchi federali e sarebbe fallita nel giro di poche settimane o mesi. Anche de Maizière, l’ultimo presidente del consiglio appoggiato dalla CDU, parlò ancora durante la sua dichiarazione di governo del 19 aprile di meccanismi protezionistici necessari da concordare con la Repubblica Federale. Che però mancarono.
Attraverso un periodo di transizione si sarebbe potuto chiedere qualcosa ai tedeschi dell’Est, si sarebbero potuti rispettare magari la concorrenza, i concorsi, e preoccuparsi di come evitare a Ovest il dumping fiscale della Germania Est.
Era più facile rimandare il problema. Così si è creato un nuovo marco come moneta di scambio ad Est, altamente sovvenzionato a livello statale, che Kohl ha potuto consegnare all’economia domestica regolato dalla concorrenza.

Gli europei dei paesi dell’est mi chiedevano spesso, come tedesco della DDR, che cosa avremmo fatto di tutto il denaro che loro si aspettavano invano e noi avremmo invece ottenuto. Perché o dobbiamo immaginarci i tedeschi dell’Est come dei parassiti che scialacquavano giorno e notte quello che i loro fratelli e sorelle dell’Ovest guadagnavano lavorando, oppure fu qualcos’altro ad andare storto. 
Mentre nella Germania Ovest tra il 1990 e il 1992 la popolazione attiva aumentò di circa 1,8 milioni di individui, nell’Est i disoccupati salirono da 0 a 1,28 milioni. Più di un milione di abitanti della Germania Est aveva inoltre lasciato la DDR tra il 1989 e il 1991 (circa 120 000 si spostarono invece dall’Ovest all’Est nello stesso periodo). Kohl aveva ragione: attraverso una deindustrializzazione del settanta fino all’ottanta percento i paesaggi dell’Est cominciarono davvero a fiorire. Hennig Voscherau, l’ex sindaco di Amburgo, nel 1996 espresse la situazione con questa formula: “in verità cinque anni di ricostruzione della Germania Est sono stati il più grande programma di arricchimento di sempre per i tedeschi dell’Ovest”.

Alcuni responsabili di allora occupano ancora oggi posizioni di riguardo. Accanto al ministro degli interni Wolfgang Schäuble, che ha sottoscritto il trattato di unità, c’è anche il presidente della Repubblica Federale Horst Köhlen, a cui allora, in qualità di ministro delle finanze della Germania Ovest, fu affidato l’incarico di occuparsi dell’unione monetaria. Non solo da parte ufficiale si può affermare che non ci sarebbe stata nessuna alternativa, la DDR sarebbe stata un parco di rottami senza soldi. 
Come per tutte le mezze verità si trovavano abbastanza esempi per questo. Sull’indebitamento esistono diversi calcoli. Nel 1999, quindi a distanza di dieci anni, la Bundesbank valutò il debito della DDR in circa 20 miliardi marchi federali (una minuscola parte delle spese di trasferimento). L’OCSE si avvicina a tale somma, stabilendo il debito in 674 Dollari per cittadino (quello tedesco attuale ammonta a circa 20 000 Euro a testa, tendenza in drammatica ascesa). 

Karl Otto Pöhl, capo della Bundesbank di allora, dichiarò che la SED era “caduta non per i suoi debiti, ma perché il sistema era screditato dal punto di vista morale e Gorbaciov aveva tolto il suo appoggio”. Il fatto che le valutazioni del patrimonio della DDR passarono, attraverso un’amministrazione fiduciaria, da 600 miliardi di marchi a un deficit di 250 miliardi, è diventato argomento di spessi volumi. Chi dall’oggi al domani lancia sul mercato un’intera economia politica per privatizzarla crea un’enorme offerta in eccesso. 
Il fatto che però nemmeno dalla vendita degli immobili o dei terreni, i cui prezzi all’inizio degli anni 90 erano alti, si poterono realizzare dei guadagni, dice forse di più sull’amministrazione fiduciaria che sui terreni della DDR. Accanto all’introduzione del marco con cambio uno a uno (si confrontino con ciò le condizioni e i tempi preparatori per l’adozione dell’Euro) e alle massime dell’amministrazione fiduciaria c’era un terzo errore fondamentale: si sarebbe potuto, come in altri paesi del blocco orientale, rendere il patrimonio statale realmente un patrimonio del popolo, in cui agli affittuari sarebbero state intestate o vendute a prezzo favorevole le proprie abitazioni. Questo non avrebbe portato solo sicurezza, ma anche un’ affidabilità finanziaria certa. 

Accadde invece il contrario. Attraverso la misura della restituzione dell’indennizzo è stata creata la massima insicurezza. Un periodo di transizione avrebbe però reso possibile anche qualcos’altro: i fondatori avrebbero avuto più tempo. Nel momento precedente all’unione monetaria, questa poteva essere fatta cominciare quasi senza capitale iniziale, perché praticamente nessuno possedeva fondi di riserva. Da dove sarebbero dovuti venire? Chi si trovava nella Germania Est sa che di mese in mese si viveva in una libertà che gli stessi democratici occidentali invidiavano. Questa libertà non sembrava essere regolamentata né dal denaro o dalla proprietà né dalle gerarchie partitiche.
Continua...



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"Storie", non "storia" p.3
post pubblicato in diario, il 5 novembre 2009




Questi post in cui pubblico le parole di Shulze, sono propedeutici alla data del nove novembre, data in cui cadde vent'anni fa il muro di Berlino. Si parlerà parecchio della caduta del muro nei prossimi giorni, e noi saremo pronti a questa ricorrenza. Shulze ci da una chiave di lettura dell'evento che non è la solita. Tutti elogiano "l'unificazione" della Germania, lui invece la chiama "annessione". Non è stato contrario alla caduta del muro(al contrario di un dinosauro della politica italiana), ma critica i comportamenti politici che sono seguiti all'evento. Proprio perchè lui va nel merito dei fatti, ho ragione di pensare che il suo punto di vista sia molto importante, e comunque può far scattare la curiosità di qualcuno ad informarsi meglio sull'accaduto.
Buona continuazione.


...
Ricevo quasi ogni giorno inviti a manifestazioni dedicate all’autunno ‘89, alla caduta del muro e agli avvenimenti che seguirono. Succede anche a un’intera sfilza di colleghe e colleghi. Non siamo richiesti solo qui da noi o nelle sedi del Goethe Institut, ma ci sono anche festival, università, congressi di docenti e fiere del libro internazionali sullo stesso tema. Tanta attenzione potrebbe essere un motivo di gioia. Il disagio comincia però con le prime domande che ci rivolgono. La più amata: Come ha vissuto il 9 novembre? Non ho nessuna storia particolare da offrire e cerco nonostante ciò di parlare del 9 novembre, del giorno decisivo nell’autunno dell’89, a partire dal quale tutto è cambiato. La seconda domanda è: Come vede l’unità tedesca, è secondo lei pienamente compiuta? C’è stata un’adesione, l’adesione della DDR alla Repubblica Federale Tedesca, e si è compiuta in fretta. “Cari signori, si tratta di un’adesione della DDR alla Repubblica Federale … Le basi da cui siamo partiti non avevano per niente, fin dall’inizio, gli stessi diritti”, cita se stesso Wolfgang Schäuble guardando indietro. Alla terza domanda mi accorgo di essermi espresso male fino ad allora: Cosa bisogna fare perché si compia l’unità tedesca? Che vuol dire, per l’amor del Cielo, “compiere l’unificazione”?

Al contrario di quanto avviene in Belgio, Gran Bretagna, Italia, Spagna o Canada, in Germania non ci sono spinte secessioniste. Si può con questo intendere una tendenza ad uguali tariffe e metodi di pagamento(Abrechnungsmodi) sia ad Est che ad Ovest dopo quasi diciannove anni di unità statale? La mia impressione è che gli intervistatori siano così profondamente annoiati da questo tema che dovrebbero sbadigliare delle loro stesse domande. Nel migliore dei casi contano su un aneddoto simpatico. Il ventennale della caduta del muro sembra interessante come una predica domenicale alla radio. La buona novella è certa, il tono appare pastorale, un po’ compunto, ma fondamentalmente gioioso, e la liturgia si svolge.
“Beh, non è stato contento che il muro sia caduto?” Uno dei primi striscioni apparso a Lipsia era molto stretto, con due corte bacchette alla fine, adatto ad essere nascosto dentro una giacca. Passava di mano in mano sulle teste dei dimostranti: “Visafrei bis Shanghai!”(“Senza visto fino a Shanghai!”). Rimaneva da sapere se si volesse passare dalle Hawaii oppure prendere la via di terra. In un modo o nell’altro, il muro fu abbattuto come incidentalmente. Non si trattava solo dell’Ovest, ne andava delle sorti di tutto il mondo. Per di più traspariva qualcosa, quello che oggi non si sente: solidarietà nei confronti degli altri, in particolare nei confronti dei cinesi, la cui protesta nonviolenta era stata travolta e spianata quattro mesi prima. La paura di una “soluzione” simile anche da noi durò fino alla fine di ottobre. Naturalmente ero contento quando gli ungheresi hanno aperto i confini, naturalmente ero contento quando è caduto il muro. Chi avrebbe potuto non esserlo? Ma è questo che importa, è di questo che stiamo parlando?

Della maggior parte delle domande mi disturba il fatto che siano così impolitiche. Sono impolitiche come i nostri politici, che vogliono soprattutto essere una cosa: manager. Da questo punto di vista si possono distinguere in base a questo, che c’è chi va più d’accordo e chi meno con i consigli di fabbrica. Il loro pensiero e le loro azioni sono fissati sulla questione di come si possano raggiungere il più possibile molti consumi, molta crescita. Solo da lì ci si aspetta la salvezza, tutti gli altri problemi devono essere imputati o subordinati a quello. Ci sono delle analogie tra la memoria impolitica del 1989/90 e le reazioni ai fatti che chiamiamo “crisi”. Per poter avere un atteggiamento migliore nei confronti dei problemi attuali sarebbe utile porsi ancora una volta delle domande. Quali sono state le cause per cui in Germania non c’è stata in effetti un’unificazione, quanto piuttosto un’annessione? Perché la Germania Est non si è rimessa in piedi nonostante tutti i miliardi stanziati? Perché solo nel 2007 la ex Germania Est ha raggiunto di nuovo i risultati economici del 1989, dati rispetto ai quali nei prossimi anni è destinata a peggiorare di nuovo?

A differenza dei partiti di stato polacchi, ungheresi o sovietici la SED(Sozialistische Einheitspartei Deutschlands = Partito socialista unitario tedesco, al governo nella DDR) non è riuscito ad aprirsi alle riforme. I superiori della DDR si sentivano “vincitori della storia” senza timore di essere smentiti. Fino alla fine la DDR è rimasta una dittatura, una dittatura che però si è lasciata spazzare via senza spargimenti di sangue, nel modo più pacifico. Questo è da considerarsi un merito di entrambe le parti: dei dimostranti nonviolenti, ma anche delle uniche teste responsabili dello stato, cioè l’apparato del partito, che hanno saputo imporsi. L’opposizione che si andava formando era sorpresa dei suoi stessi successi. Allo stesso modo era anche impreparata. I vincitori delle elezioni del 18 marzo 1990 erano solo sulla carta gli appartenenti alla CDU, partito di blocco screditato, il cui uomo di punta de Mazière solo poche settimane prima sosteneva a spada tratta un “socialismo più mite”. Kohl, dopo un’iniziale titubanza, aveva stretto al petto la sorella orientale. I suoi conti tornavano. Con una partecipazione al voto del 93 %, il 48% delle preferenze andarono all’”Alleanza per la Germania”(Allianz für Deutschland) che era composta da CDU, DSU(Deutsche Soziale Union) e Demokratischer Aufbruch(partito nato nell’ambito delle chiese protestanti , molto attive nel dissenso). Questo voleva dire: unificazione. Rimaneva da sapere solo quando e come si sarebbe realizzata. Lo squilibrio economico era enorme.
Continua...


Vedi anche:

La scheda del film Goodbye Lenin




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"Storie", non "storia" p.2
post pubblicato in diario, il 4 novembre 2009




Dimenticavo, ringrazio vivamente Laura Checconi per la traduzione!

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Alle elezioni della camera popolare(Volkskammer) del 18 marzo 1990, quando la Bündnis 90(Bündnis = ‘alleanza, patto’; la Bündnis 90 è l’alleanza elettorale formata dai più importanti movimenti per i diritti civili), a cui ci sentivamo legati, con una partecipazione al voto del 93%, ottenne il 2,9 % dei consensi, le ultime ambizioni politiche a qualcosa di nostro, a qualcosa di nuovo, avevano perso ogni oggettività. Con l’unione monetaria, gli amici non si fecero più vedere. Non che la nostra amicizia fosse finita, ma ci disperdemmo in tutte le direzioni. Nessuno aveva più tempo. Di cosa avremmo dovuto parlare, poi? Avremmo voluto qualcosa di diverso, ma la maggioranza era stata di un’altra opinione. Non avevano forse ragione quelli che non volevano più nessun esperimento, solo il marco federale qui e ora? Quando si era verificato, da un giorno all’altro per i più, un miglioramento così decisivo? I nostri soldi bastavano solo per andare una settimana a Venezia. I nostri vicini a est non potevano davvero invidiarci, non solo da questo punto di vista. In questo periodo fu inventato il concetto di “ex esponenti del movimento per i diritti civili”. Essendo ancora quasi un rivoluzionario del lavoro, mi ritrovai però depoliticizzato. Per usare un eufemismo, in generale non mi sentivo più necessario. Come se tutte le ideologie si fossero dissolte, il mondo sembrava essere costituito solo da situazioni che richiedevano decisioni precise. Potevamo non scrivere tutto, finché esistevano dei lettori che compravano i nostri giornali? Potevo però aver voglia di scrivere per piacere ai lettori?
Combattevamo perché fosse mantenuto il policlinico, e segnalavamo i posti di lavoro perduti. Ci chiedevano aiuto i dipendenti contro le cordate vecchie e nuove, ma prima che fosse pubblicato l’articolo l’azienda a cui appartenevano era già fallita. I nostri risultati erano piccoli, ma anche chi si dava delle arie e si considerava importante si faceva imbrogliare per la sua bella storia. Scoprimmo qualche truffa, ma contro l’amministrazione finanziaria e il fango della politica non c’era rimedio. Noi stessi sprecavamo gran parte delle nostre forze per far crescere il numero delle copie vendute della nostra rivista. Per la prima volta nella vita ero seriamente interessato ai soldi.

Dopo l’inizio avventuroso, la magia dell’inizio e la voglia di provare, la lotta per la sopravvivenza esaurì la maggior parte delle forze. Dopo un anno e mezzo di tutte le ambizioni rimaneva solo un giornale di annunci. Pensando ai miei amici mi vergognavo. Come potevo spiegare loro che impegnavo e consumavo tutte le mie forze per tenere a galla il nostro giornalino? Nella mia vita quotidiana, però, andare avanti era un compito eroico. Assicuravo posti di lavoro: non esisteva nessuno sforzo più sublime. Ho vissuto a lungo, molto a lungo, in questo letargo. Oggi, guardando indietro, mi vedo io stesso come un mistero. Ma alla fine, durante il periodo della guerra del Golfo, mi sono rimesso a cercare gli amici. La cosa più critica che ho sentito da tanto tempo a questa parte è stata una battuta diffusa in Germania Est: “Nella DDR potevo dire quello che volevo del mio capo, ma niente di Honecker; ora invece ho il permesso di dire tutto quello che mi pare del cancelliere ma niente del mio capo”. Si percepiva che al posto delle vecchie dipendenze se ne aggiungevano delle nuove. Si poteva stupire davvero solo chi aveva creduto di poter andare in paradiso con l’unificazione. La cosa strana era però che queste nuove dipendenze erano descritte come un ritorno alla normalità, allo stato naturale degli esseri umani.

Fino al 1989/90 Est e Ovest si erano minacciati a vicenda e nello stesso tempo erano stati messi in dubbio per principio dalla propria opposizione. Tutto questo era finito. Ora vivevamo nel migliore dei mondi possibili. Tutti i discorsi presupponevano tacitamente che lo status quo, quindi il metodo produttivo capitalistico, fosse qualcosa di irrevocabile, irrefutabile per la società.
Con queste premesse cominciò ad accelerare il suo corso uno sviluppo i cui diversi aspetti possono essere descritti come privatizzazione, neoliberalismo, globalizzazione, postcolonialismo, smantellamento dello stato sociale e altro ancora. Appena dopo gli stravolgimenti del 1989/90 questo sviluppo ha potuto diventare a tutti gli effetti globale senza incontrare obiezioni degne di nota. Anche la sinistra dell’Ovest restava muta, come se tutto quello che aveva criticato con forza fino ad allora non fosse più da criticare. Nessuno si chiedeva più come una società che si basa sulla proprietà privata dei mezzi produttivi possa superare la contraddizione per cui sempre meno manodopera produce sempre di più, così come nessuno si poneva più la questione se la ricerca dell’efficienza in ogni ambito sociale non significhi solo inefficienza, ma possa anche minacciare la società stessa attraverso le proprie conseguenze, e cioè: sclerotizzazione, irrigidimento, appiattimento, impoverimento. Come può essere mantenuta o creata la democrazia se il divario tra ricchi poveri e quindi l’ingiustizia aumenta sempre di più? Perché si devono sempre di più privatizzare le aziende municipalizzate, le ferrovie, l’assistenza sanitaria, l’esercito, l’istruzione, le televisioni, i servizi di controllo aeroportuale? Detto in un altro modo: il problema per me era e resta non la scomparsa dell’Est, quanto piuttosto quella dell’Ovest, di un Occidente dal volto umano. 

Al più tardi dal 1989/90 la politica ha cominciato a ritirarsi. Cede la propria competenza e spiana la strada a una economizzazione di tutte le sfere vitali, ad un capitalismo spinto fino all’eccesso. L’ideologia attuale consiste in questo: far sembrare i fatti come qualcosa di già dato, che segue le leggi di natura (a volte persino un ordine eterno metafisicamente radioso) e a cui dobbiamo rassegnarci, adattarci. L’ultimo cancelliere socialdemocratico aveva chiesto ai tedeschi di spendere di più per incrementare la domanda interna. Sorvolando sul cinismo di simili dichiarazioni, in questa esortazione il modello ideale si rivela quello del playboy, cioè del consumatore che spende il più possibile. E poiché la crescita economica è diventata la misura, il criterio decisivo della nostra società, questo playboy si ritrova senza rivali. Chi non accetta questa parabola del playboy, che presuppone le regole oggi vigenti come senza alternative le assolutizza come le uniche ad essere desiderabili, si pone al di fuori del discorso.

Al discorso possono partecipare invece quelli che chiamano il profitto “shareholder value”, “prestatore d’opera” chi vende la propria forza lavoro e “datore di lavoro” chi il lavoro lo vende. La diminuzione delle tasse per le imprese e gli imprenditori è definita “alleggerimento degli investitori”, l’abbassamento della social security diventa “riduzione della prestazione nei confronti di chi ha poca voglia di lavorare”, il carico di spese per i poveri “responsabilità propria”, la riduzione degli aiuti ai disoccupati diventa “incentivo alla crescita”, l’abbassamento dei salari minimi “capacità di concorrenza globale” oppure “politica dell’impiego adatta al mercato”, i sindacati che difendono la causa dei contratti di lavoro collettivi diventano “cartelli tariffari”, “freni” e così via. Ivan Nagel, dal cui “Falschwörterbuch”(Wörterbuch = ‘vocabolario’; falsch può voler dire sia ‘falso’ che ‘sbagliato’ o ‘contraffatto’: si potrebbe quindi tradurre il titolo come “Vocabolario del linguaggio sbagliato, o falso, finto, bugiardo) sono tratti questi esempi, ha descritto lo stesso fenomeno poco tempo prima della guerra in Iraq, quando furono esposti i preparativi bellici alla “Drohkulisse”(‘minaccia di coercizone’) e lo scopo della presenza dell’esercito in Kuwait doveva servire alla “pace mondiale”, non alla guerra. Ovviamente non si trattava di un attacco ma di un “disarmo”. 

Dalla letteratura conosciamo la descrizione di fenomeni simili, ad esempio in “Attraverso lo specchio” (Through the looking glass) di Lewis Carroll. Humpty Dumpty, parlando con Alice, ha usato la parola glory in un contesto totalmente assurdo. Così termina il suo discorso: “There’s glory for you!” “Non capisco che cosa lei intenda per glory”, disse allora Alice. Humpty Dumpty sorrise sprezzante. “Certo che non lo capisci - se non te lo dico. Intendevo: ‘ questo è un magnifico argomento convincente!’ - a nice knock-down argument - “Ma glory non significa per niente ‘un magnifico argomento convincente”, obiettò Alice. “Quando uso una parola”, disse Humpty Dumpty in tono molto arrogante, “questa ha proprio il significato che è giusto per me - né più né meno”. “Resta da vedere”, disse Alice, “se lei può dare alle parole tanti significati diversi.” “Resta da vedere”, disse Humpty Dumpty, “chi è il padrone… e basta”.-which is to be master - that’s all. “Alice era troppo confusa per rispondere ancora, …” Chi si impegola nella terminologia ufficiale ha già perso. Questo valeva anche nel passato, soltanto che la terminologia ufficiale non era ancora una lingua franca indiscussa come oggi. Non solo Alice è troppo confusa e insicura per rispondere. Lasciati da soli, tutti si perdono. Non si può parlare una propria lingua da soli. C’è bisogno di qualcun altro per farlo, amici, famiglia, vicini, colleghi, sconosciuti. La resistenza comincia con una presa di coscienza.
Continua...

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"Storie", non "storia" p.1
post pubblicato in diario, il 3 novembre 2009




Pubblico a puntate l'intervento di Ingo Shulze a Berlino il 24 aprile 2009. L'incontro è stato organizzato dal Partito Democratico all'interno dell'evento "Un treno per l'Europa"(o forse è meglio dire "per le europee"), a cui anche io ho partecipato(approfondiremo in seguito il mio rapporto col PD). Mi preme farvi leggere questo intervento(che mi ha mandato Shulze in seguito tramite mail), perchè secondo me ha un grandissimo spessore culturale e morale. In oltre ci da lo spunto per parlare di un'altra avventura che mi è capitata, e di cui vi parlerò in seguito. Shulze nel suo intervento parla "semplicemente" della sua vita e dei cambiamenti della Germania con la caduta del muro di Berlino. Buona lettura!


Gentili signore e signori,

vi ringrazio per avermi dato la possibilità di potervi parlare qui oggi. Quello che mi interessa di più sono le esperienze personali che ognuno ha fatto, quindi le storie che ognuno può raccontare. La storia, history, esiste sempre al singolare, come se ci fosse una sola storia. Nella nostra vita di tutti i giorni e nella letteratura c’è anche la storia unica, la story, ma nella maggior parte dei casi si parla di storie al plurale, di stories. Secondo la mia esperienza, infatti, c’è sempre bisogno di molte storie, anche in contraddizione l’una con l’altra, per ottenere un’immagine viva del mondo. Per questo credo che la cosa migliora sia parlarvi delle mie esperienze personali, raccontarvi la mia storia, con cui potrete confrontare le vostre storie e dirmi, nella discussione che segue, perché trovate le mie storie buone o cattive, sconcertanti o piacevoli, comprensibili o incomprensibili.

Sono nato nel 1962 a Dresda, una città il cui centro era stato completamente distrutto nel 1945. La vista delle macerie era ancora un’esperienza quotidiana durante la mia infanzia. Sono cresciuto con il senso di contrasto provocato dal fatto che la Germania aveva iniziato la guerra, che la Germania portava su di sé la responsabilità di migliaia di morti e del genocidio degli ebrei europei, ma a Dresda le vittime sono state in maggioranza donne, vecchi e bambini. Anche se quell’attacco ha salvato dalla morte certa gli ultimi ebrei sopravvissuti in città.
A casa si tenevano le distanze nei confronti del mondo ufficiale della DDR. Nessuno apparteneva al partito, ma neanche alla resistenza. Io facevo parte dei pionieri nella Libera Gioventù Tedesca(Freie Deutsche Jugend), l’unione giovanile della DDR. Relativamente presto ho avuto il desiderio di diventare uno scrittore. Ma più che scrittore volevo diventare famoso, e diventarlo il prima possibile, visto che la DDR non poteva più permettersi di chiamarmi alle armi e nonostante ciò mi lasciava viaggiare in occidente. Là mi sarebbe piaciuto, contro le mie aspirazioni eroiche, abitare solo nei migliori alberghi.

Nell’autunno del 1976 (avevo quasi quattordici anni ed ero all’ottavo anno di scuola) il cantautore Wolf Biermann fu costretto all’esilio. Questo nome non mi diceva niente: avrei sentito delle sue canzoni solo anni dopo. Doveva essere in ogni caso incredibilmente famoso e importante, perché nei giornali per alcuni giorni si poterono leggere esclusivamente articoli in cui tutte le persone e i gruppi possibili condannavano Biermann per le sue canzoni e le sue affermazioni. Avvertivo quanto assurdo fosse tutto quello sdegno, non ultimo perché si trattava di una reazione alle trasmissioni televisive o radiofoniche dell’ovest, e partiva quindi dal presupposto che queste fossero viste o ascoltate nella DDR. Nella discussione a casa nostra comunque questo Biermann non sparì facilmente. Agli occhi di mia madre era un rozzo cafone con idee politiche troppo comuniste. Io riuscii perciò a capire questo: le poesie possono far vacillare uno stato. Erano quelle le poesie che anch’io volevo scrivere.

Dopo il diploma e 18 mesi da soldato dell’Esercito Nazionale del Popolo(Nationale Volksarmee) arrivai a Jena per studiare all’università; scelsi come materie latino, greco antico e germanistica. Ho avuto la fortuna di trovare in quell’università degli amici con cui mi incontravo quasi tutti i giorni. Insieme provavamo un altro linguaggio, al di là della terminologia tecnica ma anche delle categorie ufficiali o dissidenti del sì - no. Era il tentativo di insorgere contro quegli esperti che dicevano di sapere già quello che sarebbe successo l’indomani, che servivano la totalità classica, che vedevano il mondo come qualcosa di fisso, limitato, come un terreno in cui fosse facile orientarsi, e perciò si ritenevano in diritto di decidere per noi. Confrontavamo la riuscita dei nostri studi e dei nostri incontri con le condizioni in cui si viveva, con quello che si scriveva in una tesi di seminario o si affermava in una discussione, e con i punti in cui si dovevano stabilire confini per noi stessi. Ogni parola possedeva un effetto e poteva avere delle conseguenze immediate, sia nel bene che nel male.
Nei cinque anni dei miei studi universitari dal 1983 al 1988 le autorità stavano terribilmente sulla difensiva. Anche se le tesine di seminario erano giudicate con un 4(il 4 corrisponde all’incirca a un 18-19) o i professori toglievano la propria assistenza nelle tesi di laurea poco prima della consegna - per noi queste erano vittorie. Noi, che avevamo trovato noi stessi studiando la tesi sull’ “Estetica della resistenza” diPeter Weiss, restavamo uniti e portavamo avanti i nostri incontri. Qualunque cosa scrivessi o facessi, non ero solo, a ogni passo potevo contare su un consiglio, potevo essere sicuro di avere le spalle coperte.

Poi, praticamente dal giorno alla notte, molto di quello di cui avevamo discusso o che avevamo sognato si avverò direttamente. All’improvviso cominciai a organizzarmi in modo di fatto illegale, formammo dei gruppi che prendevano delle risoluzioni, parlavamo nelle chiese o nei teatri ed esortavamo alle manifestazioni. Ogni lunedì a Lipsia i nostri sforzi avevano il loro culmine. Sapevamo che o tutto sarebbe stato soffocato secondo l’esempio cinese oppure niente sarebbe stato più come prima. All’improvviso si formò il fronte popolare e la paura fu repressa. Quello che succedeva sembrava venir fuori da sé più che dover essere organizzato.
Per dimostrare per la libertà, la partecipazione e migliori condizioni di vita non c’era bisogno di nessun partito. Cominciammo a distribuire volantini e a progettare una rivista, volevamo conquistare l’opinione pubblica e promuovere la democrazia. Far terminare la corsa agli armamenti, credere di poter risvegliare il mondo dal suo irrigidimento e superare le divisioni ci sembravano obiettivi realistici. Secondo noi queste erano le condizioni necessarie per poter combattere seriamente povertà, malattie, guerra e distruzione dell’ambiente. Probabilmente sono stato uno degli ultimi a capire che la caduta del muro non avrebbe portato ad una DDR riformata, ma a una Repubblica Federale più grande. All’inizio degli anni ’90, obbligati dalle idee dell’autunno, fondammo una rivista. Per farlo non ci era rimasto altro da fare se non diventare noi stessi degli imprenditori.
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